"L’uso del tabacco nei rituali sacri è una forma di comunicazione con il divino".
Richard Evans Schultes, padre dell’etnobotanica e autorità nel campo delle piante allucinogene e medicinali
Prima che la pianta del tabacco, con il nome latino Nicotiana, diventasse un prodotto di massa commercializzato, era considerata in molte culture indigene una pianta sacra e uno strumento rituale. Ritrovamenti etnobotanici e tradizioni orali suggeriscono che già circa 5.500 anni fa, nelle regioni andine della Bolivia e del nord-ovest dell’Argentina, venissero utilizzate diverse forme di tabacco, in particolare Nicotiana tabacum, in contesti spirituali e cerimoniali. Indizi archeologici di residui di tabacco in pipe precolombiane, così come analisi chimiche di depositi dentali, indicano un legame profondo tra l’uomo e la pianta del tabacco.
Origini botaniche e domesticazione
Il genere Nicotiana comprende circa 75 specie e appartiene alla famiglia delle Solanacee. Le specie oggi più conosciute e coltivate, Nicotiana tabacum e Nicotiana rustica, sono probabilmente nate dall’ibridazione di specie selvatiche come N. sylvestris e N. tomentosiformis. Questi incroci avvennero inizialmente in modo naturale, ma nel corso dei millenni furono perfezionati attraverso la selezione umana. Con l’espansione dei regni coloniali europei, la pianta arrivò anche in Europa a partire dal XVI secolo e fu coltivata sempre più a livello commerciale. Il genere Nicotiana prende il nome dal diplomatico francese Jean Nicot, che nel 1560 inviò semi dal Portogallo a Parigi, contribuendo così a diffondere la pianta.
Prime applicazioni: rituali, medicinali, per alterare la coscienza
I primi riferimenti scritti al consumo rituale di tabacco si trovano nelle cronache dell’epoca coloniale. Ad esempio, il medico e botanico spagnolo Nicolas Monardes (1580) racconta che i popoli indigeni di Hispaniola – l’isola che oggi ospita Haiti e la Repubblica Dominicana – utilizzavano il tabacco in intensi rituali di fumo per indurre stati di trance. Secondo le sue descrizioni, il fumo di tabacco serviva a “parlare con gli spiriti” o a vedere cose nascoste.
Il tabacco era radicato nei contesti cerimoniali di molte aree delle Americhe. Nelle culture delle praterie nordamericane, ad esempio, il tabacco veniva fumato in pipe sacre. Il fumo che si sprigionava aveva un significato simbolico e accompagnava rituali di unione o la stipula di accordi.
Nei rituali tramandati dei Maya, il tabacco aveva un ruolo nell’applicazione diretta tramite clisteri, per favorire un assorbimento particolarmente rapido. Anche questa modalità, secondo fonti etnografiche, serviva a indurre un cambiamento rapido e intenso dello stato di coscienza, spesso nell’ambito di rituali di purificazione spirituale.
Gli Huichol dell’attuale Messico utilizzavano il fumo di tabacco come offerta nei rituali per comunicare con dee e spiriti della natura. Secondo resoconti di etnobotanici come Christian Rätsch, alcuni sciamani dell’Amazzonia consumano tabacco naturale ad alto dosaggio (ad esempio come polvere da fiuto Rapé) dopo lunghi periodi di digiuno, per indurre stati di trance profonda. Chi lo assume descrive visioni, sequenze oniriche simboliche o una intensa “purificazione mentale”. Il tabacco veniva inoltre impiegato come potenziatore degli effetti durante le cerimonie con Ayahuasca.
Queste attribuzioni riflettono aspettative di origine culturale, legate a pratiche rituali specifiche e ai relativi contesti. È importante sottolineare che tali esperienze non devono essere equiparate agli effetti generali o medici. Esse nascono dall’interazione tra la struttura rituale, il contesto culturale e le esperienze individuali.
Le piante di tabacco venivano però utilizzate anche in diverse culture antiche per vari scopi medici, ad esempio le foglie di tabacco per uso esterno su ferite o come clisteri contro i parassiti intestinali – dal punto di vista attuale, però, non esistono prove scientifiche certe di efficacia. In Europa, dal XVI secolo, il tabacco fu a lungo considerato un “rimedio universale”. Dopo l’introduzione da parte di navigatori spagnoli e portoghesi, la pianta si diffuse rapidamente e fu raccomandata da farmacisti, medici e botanici come cura per numerose malattie. Questa fase del tabacco come rimedio miracoloso durò dalla metà del XVI secolo fino agli inizi del XVIII secolo. Solo con la crescente diffidenza medica, l’Illuminismo e i primi resoconti su effetti collaterali e abusi, il tabacco perse la sua reputazione di panacea.
Profilo dei principi attivi del tabacco naturale secondo le conoscenze attuali
Il tabacco naturale contiene numerose sostanze bioattive, tra cui l’alcaloide nicotina è il più noto e potente. La nicotina si lega ai recettori nicotinici dell’acetilcolina (nAChR) nel sistema nervoso centrale e periferico e provoca:
- stimolazione del sistema nervoso simpatico (aumento della frequenza cardiaca, innalzamento della pressione sanguigna);
- rilascio di neurotrasmettitori come dopamina, noradrenalina, serotonina, acetilcolina ed endorfine;
- miglioramento dell’attenzione, della concentrazione e della memoria a breve termine;
- inibizione dell’appetito e lieve aumento del metabolismo;
- forte sviluppo di dipendenza attraverso l’attivazione del sistema di ricompensa mesolimbico.
Oltre alla nicotina, si trovano beta-carboline che, secondo l’attuale prospettiva farmacologica, potrebbero agire come inibitori delle MAO e quindi, ad esempio, potenziare l’effetto del DMT nell’Ayahuasca, come già osservato dagli sciamani dell’Amazzonia.
Altri importanti alcaloidi sono l’anabasina, la nornicotina e l’anatabina, ai quali studi preclinici attribuiscono, tra l’altro, proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per poter formulare affermazioni certe sugli effetti di queste sostanze. In totale, sono state identificate oltre 4.000 sostanze chimiche nel tabacco naturale, ma la maggior parte degli effetti è attribuibile alla nicotina e agli alcaloidi menzionati.
Il tabacco nel tempo: da pianta sacra a prodotto industriale
Con la “scoperta” dell’America da parte dei navigatori europei, l’uso del tabacco subì un cambiamento profondo. Inizialmente celebrato come rimedio universale, trovò presto spazio anche nei rituali religiosi dei missionari europei. Al più tardi dal XVIII secolo, però, il tabacco divenne un bene di consumo globale.
L’industrializzazione, l’aromatizzazione e l’aggiunta di numerosi additivi trasformarono il tabacco da prodotto vegetale naturale a manufatto industriale altamente lavorato. Questo sviluppo è strettamente legato alla commercializzazione e al conseguente cambiamento nelle modalità d’uso e nel significato sociale.
Tabacco naturale vs. tabacco industriale per sigarette: una differenza fondamentale
Il tabacco naturale, utilizzato nei contesti tradizionali, si distingue nettamente dalla produzione industriale odierna. Il tabacco per sigarette prodotto industrialmente contiene spesso centinaia di additivi, tra cui umettanti, aromi e regolatori della combustione. Molte di queste sostanze sintetiche sono note per essere dannose per la salute e aumentare il potenziale di dipendenza.
Il tabacco naturale, invece, è composto esclusivamente da foglie di tabacco essiccate senza additivi chimici. Tradizionalmente non veniva consumato regolarmente, ma era impiegato in contesti rituali o cerimoniali. La differenza non riguarda quindi solo la sostanza, ma anche l’uso culturale e la frequenza di consumo.
Conclusione
La storia della pianta del tabacco dimostra che il suo significato va ben oltre l’attuale concezione di sostanza da piacere o da dipendenza. Ciò che nelle culture indigene era considerato veicolo di esperienza spirituale, nella modernità è diventato un prodotto di consumo onnipresente, arricchito da una moltitudine di additivi sintetici. Questo cambiamento mette in luce una verità centrale: l’uso e l’effetto di una pianta e dei suoi derivati non dipendono solo dalla loro composizione naturale, ma sono determinati soprattutto dal contesto culturale.
Nota: Le applicazioni e le attribuzioni descritte in questo testo provengono da fonti storiche ed etnobotaniche. Servono a contestualizzare dal punto di vista culturale e non costituiscono dichiarazioni mediche ai sensi della legge svizzera sui medicamenti.
Fonti
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